     p 177 .



Paragrafo 3 . I limiti dell'intelletto e della conoscenza.

     
Nel 1652, all'et di venti anni, John Locke, che aspirava ad essere
ammesso  all'Universit di Oxford per studiare  filosofia,  in  una
lettera  a  uno  dei  commissari  che  devono  decidere  della  sua
ammissione,

p 178 .

con una immagine certamente esagerata, paragona se stesso a Ulisse,
costretto  a  vagare  per  dieci anni  dopo  la  guerra  di  Troia,
l'Universit ad Itaca e la filosofia a Penelope: anzi, la filosofia
 "certamente pi desiderabile di Penelope"(1).
     Studiare  filosofia significa per il giovane  Locke  occuparsi
principalmente delle questioni di "politica".
     Di   fronte  al  fanatismo  che  domina  le  dispute  tra  gli
intellettuali  all'universit  e  soprattutto  porta  ai  conflitti
armati  in Inghilterra e in Europa, la condizione "pi che  sicura"
sembra  quella  di  prendere le armi e  combattere  per  una  delle
fazioni in lotta. E certamente Locke avrebbe fatto questa scelta se
solo  fosse  riuscito a individuare il partito per cui  combattere:
"In  questo tempo in cui non c' altra sicurezza contro le passioni
e  le  vendette degli uomini se non quella che la forza e il  ferro
procurano,  ho  a lungo pensato che la pi sicura condizione  fosse
quella  di prendere le armi, cosa che avrei fatto, se avessi potuto
risolvere  il dilemma sotto quale insegna arruolarmi  e  per  quale
partito usare quelle armi, e se avessi potuto essere certo  di  non
versare  il  mio sangue solo per accrescere le fortune degli  altri
uomini  e  di  non macchiarmi di crimini per la loro  ambizione  di
aumentare  queste  fortune. Le armi sono  l'ultimo  e  il  peggiore
rifugio"(2).
     Pur non mettendo in discussione la buona fede e il coraggio di
Locke,  la  sua  disponibilit ad impugnare le armi  ci  sembra  un
artificio argomentativo per descrivere la situazione drammatica del
suo tempo. I punti fondamentali di questo passo, da una lettera  al
padre,  sembrano  essere  due: l'impossibilit  di  individuare  la
giustizia  all'interno della lotta tra le fazioni e il rifiuto  del
ricorso alle armi per risolvere le controversie.
     I  primi  scritti  di  John  Locke  sono  di  filosofia  della
politica: si tratta di opere che egli non diede alle stampe  e  che
sono  state  pubblicate postume (addirittura molti secoli  dopo  la
morte  dell'autore)(3)  e,  in particolare,  di  due  Trattati  sul
magistrato e dei Saggi sulla legge di natura.
     Il raffronto tra le date di pubblicazione delle opere di Locke
e  quelle  della  loro stesura pu essere utile per comprendere  il
"dilemma"  nel  quale  il  filosofo si dibatte  (che  cosa  sia  la
giustizia e
     
     p 179 .
     
     come  sia  conciliabile con la tolleranza) e il  modo  in  cui
cerca  di risolverlo. Infatti, sebbene abbia scritto una parte  dei
lavori di teoria politica(4) prima del famoso trattato sulla teoria
della  conoscenza  -  il  Saggio sull'intelletto  umano  (An  Essay
concerning  Human Understanding) -, Locke pubblica come prima  cosa
proprio  un  Estratto del Saggio sull'intelletto(5); quindi,  pochi
mesi  prima  della  pubblicazione integrale del  trattato  d  alle
stampe  la  prima  edizione della Epistola de  tolerantia  (Lettera
sulla tolleranza)(6). Siccome l'analisi del potere politico e delle
leggi  di natura e le stesse proposte per una societ basata  sulla
tolleranza  devono essere basate su fondamenti scientifici,  Locke,
nel  pubblicare  i  suoi  scritti, frena in  qualche  modo  il  suo
vivissimo interesse per la politica e sente il bisogno di chiarire,
in via preliminare, proprio i criteri della scientificit.
     
"Quali oggetti le nostre intelligenze sono adatte a trattare".
     
Il  Saggio  sull'intelletto umano  preceduto da  una  Epistola  al
lettore che comincia cos: "Se fosse il momento di disturbarvi  con
la  storia di questo Saggio, dovrei dirvi che cinque o sei amici si
riunirono nella mia camera, e si misero a discutere su un argomento
molto  lontano  da  questo; ma subito dovettero arrestarsi  per  le
difficolt  che  emergevano  da ogni parte.  Dopo  esserci  un  po'
tormentati,  senza  avvicinarci alla soluzione  dei  dubbi  che  ci
angustiavano,  mi  venne  in mente che  avevamo  preso  una  strada
sbagliata, e che, prima di accingerci a ricerche di questa  natura,
era necessario esaminare le nostre capacit, e vedere quali oggetti
le nostre intelligenze erano o non erano adatte a trattare. Proposi
questo  ai miei compagni, che prontamente furono d'accordo;  perci
fu stabilito che questa sarebbe stata la nostra prima ricerca"(7).
     Locke lascia volutamente nel vago l'argomento di cui discuteva
con  gli  amici;  poteva trattarsi di politica, di religione  o  di
scienza  o  di quel che si vuole: perch qualsiasi forma di  sapere
deve  essere  preceduta dalla prima ricerca, cio dall'indagine  su
quali  siano  gli  oggetti che l'intelletto  umano    abilitato  a
trattare(8).
     La ragione di cui parla Descartes emana una luce cos forte da
illuminare l'intero universo, all'interno del quale essa occupa  il
luogo  centrale  che  Copernico attribuisce al Sole.  La  filosofia
porta
     
     p 180 .
     
     alla  luce tutta la Verit (altheia): sar un processo lungo,
sostiene   Descartes(9),  ma,  verit  dopo  verit,   la   ragione
illuminer e render visibile l'Essere nella sua interezza.
     Descartes  un filosofo "orgoglioso", come Eraclito(10) e come
molti altri nella storia del pensiero occidentale. All'orgoglio del
filosofo, John Locke contrappone un grande bisogno di "umilt".  E'
vero  che  la  ragione umana  un lume e che solo in essa  possiamo
trovare  la  luce per svelare quanto ci  possibile  conoscere,  ma
essa  non  certo un Sole che tutto illumina;  piuttosto  il  lume
fioco  di  una  candela:  se ci rendiamo conto  di  questo  non  ci
avventureremo  a cercare verit nel mondo immerso dal  buio  al  di
fuori  dell'alone della nostra debole luce. Ma, soprattutto,  visto
che  non  possediamo  la  luce del Sole, non  dobbiamo  per  questo
rinunciare a vedere e conoscere ci che la nostra candela riesce  a
illuminare(11).
     Nel  momento in cui riesce a produrre elementi di  novit  sul
piano  teoretico o a proporre nuove argomentazioni  a  sostegno  di
teorie gi formulate, Locke - come tutti i grandi filosofi - non si
serve  di  un  linguaggio  rigorosamente  tecnico.  Le  discussioni
accademiche dei faziosi del pensiero possono ricorrere a una lingua
astrusa  e lontana dal linguaggio ordinario(12), ma l'atteggiamento
filosofico di chi ama la conoscenza non disdegna l'uso di  immagini
che  possono  essere familiari a tutti. Cos, Locke si presenta  ai
lettori  del  suo Saggio con esempi facilmente comprensibili,  come
quello  del  servo  e della candela. Il riconoscere  i  limiti  del
proprio  intelletto  non deve indurre gli uomini  a  lamentarsi  di
esso,
     
     p 181 .
     
     altrimenti  si  comportano come coloro  che  "buttano  via  le
benedizioni di cui le loro mani sono colme, perch non sono  grandi
abbastanza per afferrare ogni cosa", oppure come chi "non usasse le
gambe,  ma  restasse fermo e morisse, perch  non  ha  le  ali  per
volare"(13).
     Limitandoci  ad  utilizzare  le  facolt  di  cui      dotato
l'intelletto umano non arriveremo a una "comprensione universale  o
perfetta  di  tutto  ci che esiste", ma arriveremo  comunque  alla
conoscenza  dell'"autore" di tutto ci che esiste e  a  quella  dei
nostri  doveri(14). Riconoscere razionalmente che Dio  (l'"autore")
esiste non implica che sia possibile una conoscenza di Dio.
     
Da dove provengono le idee.
     
Lo "spirito dell'uomo", cio la sua ragione,  popolata di idee. In
questo  Locke  d'accordo con Descartes: le idee sono il  contenuto
del  nostro  pensiero. "Questo termine [idea] , penso, quello  che
meglio   serve  per  indicare  qualsiasi  cosa  che   sia   oggetto
dell'intelligenza, quando un uomo pensa: perci io l'ho  usato  per
descrivere tutto ci che si intende con fantasma, nozione,  specie,
o  tutto  ci,  di qualunque cosa si tratti, intorno al  quale  pu
essere impiegato lo spirito quando pensa"(15).
     Descartes,  come  abbiamo  ricordato  all'inizio   di   questo
capitolo, ha compiuto una grande rivoluzione: ha tirato gi le idee
dal  mondo  iperuranio e le ha collocate nella mente degli  uomini.
Ma,   agli  occhi  di  Locke,  la  rivoluzione  cartesiana     una
rivoluzione  a  met, perch una parte delle  idee,  la  parte  pi
importante,    costituita   dalla   idee   innate,   conserva    le
caratteristiche platoniche di eternit e universalit.
     L'argomentazione fondamentale di quanti sostengono l'esistenza
di  idee innate e universali, scrive Locke, consiste nel fatto  che
"ci  sono  certi  princpi, sia speculativi sia pratici  [...]  sui
quali tutta l'umanit universalmente  d'accordo"(16); se si pensa,
continua il filosofo inglese, che "tutti i bambini e gli idioti non
hanno la minima apprensione o il minimo pensiero di quei princpi",
  facile  concludere che non esiste "quel consenso universale  che
deve  necessariamente accompagnare tutte le verit innate"(17).  Ma
se  i  bambini e gli idioti sono la prova vivente che non  esistono
princpi innati di tipo speculativo, potrebbero ritrovarsi in tutti
gli uomini valori universali di tipo pratico, morale; a sostegno di
ci  i fautori dell'innatismo affermano che il "rispetto dei patti"
si  estende  fino  "alle caverne dei ladri e alle associazioni  dei
malfattori":  vero - scrive Locke - che anche i banditi rispettano
certe  regole all'interno delle loro comunit, ma bisogna non  aver
mai  guardato "al di l del camino della propria casa" per  pensare
"che  accolga  la  giustizia come un principio pratico  chi  agisce
onestamente  verso i suoi compagni di brigantaggio  e  allo  stesso
tempo depreda e uccide il primo onest'uomo che incontra"(18).
     
     p 182 .
     
     La ragione umana, quindi, non  caratterizzata da nessuna idea
o  principio innato e si presenta cos simile a "un foglio di carta
bianco, privo di qualsiasi segno, senza nessuna idea"(19); le  idee
che   progressivamente   affollano  la  nostra   mente   provengono
esclusivamente dall'esperienza.
     Tutta  la  nostra  conoscenza   fondata  sull'esperienza:  la
maggior  parte delle nostre idee deriva direttamente dai sensi  che
"convogliano nello spirito" le diverse percezioni degli oggetti e i
vari modi in cui questi oggetti agiscono sui sensi. Questa via  per
la  formazione  delle idee, che dipende interamente  dai  sensi,  
chiamata da Locke sensazione. Accanto alla percezione degli oggetti
esterni c', per, anche "la percezione delle operazioni del nostro
proprio spirito dentro di noi, quando esso  impiegato intorno alle
idee che ha ottenuto": questa seconda fonte di idee  per Locke  la
riflessione; "le idee che essa fornisce sono soltanto quelle che lo
spirito  ottiene  riflettendo sulle proprie  operazioni  dentro  se
stesso"(20).
     
Idee semplici e idee complesse.
     
Gli  oggetti  esterni che producono in noi le  sensazioni  sono  di
norma  enti  complessi,  cio  muniti di  differenti  e  molteplici
qualit:  un  fiore,  ad  esempio, ha una  sua  propria  estensione
(occupa un certo spazio), un proprio colore, un profumo particolare
e  cos  via. Sebbene noi percepiamo quell'oggetto come  un  fiore,
cio  come  un  unico ente, le sue diverse qualit entrano  in  noi
distinte  attraverso  i  differenti  sensi,  il  tatto,  la  vista,
l'odorato  eccetera, e quindi producono altrettante idee  semplici.
L'intelletto,  quindi,  ha  a  disposizione  queste  idee  semplici
(l'idea  di  quel  colore, di quel profumo, eccetera)  per  poterle
aggregare a proprio piacere e formare idee complesse. L'intelletto,
rispetto   alle   idee  semplici,  "ha  il  potere  di   ripeterle,
paragonarle, unirle, in una variet di modi che si pu dire persino
quasi   infinita,  e  cos  pu  produrre  a  piacere  nuove   idee
complesse"(21).  L'intelletto pu, pertanto,  anche  inventare  una
idea  complessa,  ad esempio la chimera, mettendo  insieme  diverse
idee semplici, ma nessuno, "n il genio pi esaltato o l'intelletto
pi  vasto,  per  rapido  e  vario che sia  il  suo  pensiero,  pu
inventare  o costruire una nuova idea semplice", cos come  non  la
pu  distruggere una volta che, attraverso i sensi,  sia  penetrata
dentro la sua intelligenza(22).
     Mentre    le   idee   semplici   sono   fornite   direttamente
dall'esperienza all'intelletto attraverso i sensi,  e  non  possono
essere  inventate  o  distrutte, le idee complesse  possono  essere
prodotte dall'intelletto, ma solo nel senso che esso pu mettere in
relazione  e unire idee semplici. Anche le idee complesse,  quindi,
hanno una loro base ineliminabile nell'esperienza.
     Questa   origine  delle  idee  fissa  anche  il  primo  limite
invalicabile  dell'intelletto umano. Qualsiasi nostro  ragionamento
si   fonda   sulle  idee  semplici,  sia  che  esse  ci  pervengano
dall'esterno attraverso la sensazione, sia dall'interno  attraverso
la riflessione. Ma - mette in guardia Locke - bisogna fare molta
     
     p 183 .
     
     attenzione  a  non  considerare  idee  semplici  alcune   idee
complesse:  alcune  idee  semplici,  infatti,  possono  presentarsi
"costantemente  insieme"  e,  "unite in  un  unico  soggetto,  sono
chiamate  con  un  unico nome"(23). Ad esempio, quando  vediamo  un
cavallo,  o  pensiamo un cavallo e ne parliamo, pu  essere  facile
avere l'impressione che l'idea di cavallo sia un'idea semplice;  in
realt  essa  un'idea complessa costituita da un'insieme  di  idee
semplici che abitualmente percepiamo unite. Siccome non riusciamo a
pensare  che il colore e la forma del cavallo, o addirittura  della
sua criniera, possano esistere indipendentemente dall'esistenza del
cavallo,  pensiamo che questi siano attributi di un unico  soggetto
(il  cavallo) che rappresenta il "supporto", la sostanza di  quelle
qualit(24).
     Noi  percepiamo le singole qualit, distinte l'una dall'altra,
e  solo l'abitudine a percepirle insieme ci fa supporre l'esistenza
di  un  soggetto di cui quelle qualit siano attributi: secondo  la
terminologia  aristotelica,  presumiamo  una  sostanza  di  cui  le
qualit  sono  accidenti. "Con il nome di sostanza  denotiamo  quel
supporto, sebbene sia certo che non abbiamo nessuna idea  chiara  e
distinta della cosa che supponiamo sia un supporto"(25).
     Lo stesso discorso vale, oltre che per gli enti materiali, per
"le  operazioni  dello  spirito, come pensare,  ragionare,  temere,
eccetera  Concludiamo che esse non sussistono di per se stesse,  n
riusciamo a comprendere come esse possano appartenere ad un corpo o
essere prodotte da esso, e perci abbiamo la tendenza a pensare che
siano azioni di qualche altra sostanza che chiamiamo spirito"(26).
     La  realt certa di Descartes - la materia (res extensa) e  lo
spirito  (res  cogitans)  -   per Locke tutt'altro  che  evidente,
chiara  e  distinta,  anzi  "remota dai nostri  pensieri  e  dalle
nostre comprensioni"(27), anche se ci non significa affatto che se
ne   debba  negare  l'esistenza.  Ma,  d'altro  canto,  riconoscere
l'esistenza della sostanza non vuol dire riuscire a conoscerla:  di
fronte  alla  sostanza la capacit di comprensione  dell'intelletto
umano  si arresta. "Se qualcuno chieder che cosa  il sostrato  al
quale  il  colore  o  il peso ineriscono, si  risponder  che  tale
sostrato sono le stesse parti estese e solide; se si domanda a  che
cosa ineriscono la solidit e l'estensione, non si potr rispondere
che  come quell'indiano il quale, dopo avere affermato che il mondo
  sostenuto  da  un  grande elefante, fu  richiesto  su  che  cosa
l'elefante  poggiasse; al che rispose: su una grande tartaruga;  ma
essendogli  ancora  domandato quale appoggio  avesse  la  tartaruga
rispose: su qualcosa che io non conosco affatto. L'idea alla  quale
noi  diamo  il  nome  generale di sostanza non    altro  che  tale
supposto  ma  sconosciuto  sostegno  delle  qualit  effettivamente
esistenti"(28).
     
     p 184 .
     
Il linguaggio.
     
Questa ultima affermazione di Locke pone il problema della natura e
dell'origine  del linguaggio. In particolare essa  rivela  che  noi
diamo  il  nome  alle idee e che nominare le idee  non  implica  la
conoscenza degli enti cui esse si riferiscono.
     Certamente  per Locke, come per Hobbes e nella tradizione  del
nominalismo   medievale(29),  il  linguaggio     frutto   di   una
convenzione  tra  gli uomini, e le parole sono semplici  segni  che
indicano  le  idee e che non hanno alcuna relazione  con  gli  enti
reali da cui quelle idee traggono origine. Il linguaggio, poi,  pu
essere  pi  o  meno adeguato a seconda se riesce a raggiungere  il
duplice  fine  per cui  stato creato: "registrare i nostri  propri
pensieri" e "comunicare i nostri pensieri agli altri"(30).
     Il linguaggio assolve alla perfezione il primo dei compiti che
-  secondo  Locke - gli sono assegnati: consentire  a  ciascuno  di
ricordarsi, di tenere a mente, le proprie idee; infatti  "poich  i
suoni  sono  segni volontari e indifferenti di idee  qualsiasi,  un
uomo pu usare le parole che preferisce per significare a se stesso
le   proprie  idee.  E  non  ci  sar  in  quelle  parole   nessuna
imperfezione,  se  usato costantemente il medesimo  segno  per  la
medesima idea"(31).
     Per  quanto riguarda il secondo fine del linguaggio,  cio  la
comunicazione  attraverso  le parole,  Locke  opera  una  ulteriore
suddivisione  tra uso civile e uso filosofico del  linguaggio.  Per
uso  civile  egli  intende la comunicazione di pensieri  che  possa
servire  ai commerci, agli affari ordinari, alla vita civile  nella
societ.  Con  uso  filosofico,  invece,  egli  si  riferisce  alla
trasmissione di "nozioni precise delle cose" e all'espressione  "in
proposizioni generali" di "verit certe e indubitabili, sulle quali
lo  spirito  si  pu  fermare e delle quali pu essere  soddisfatto
nella ricerca della vera conoscenza"(32).
     Ora  capita  che, sia nel discorso filosofico  sia  in  quello
civile, una parola non susciti nell'ascoltatore la stessa idea  che
si trova nella mente di chi parla. Questo  senza dubbio un limite,
una "imperfezione", del linguaggio.
     Questa  imperfezione,  per, non   imputabile  al  linguaggio
stesso;  infatti  le parole "ricevono significato  dall'imposizione
arbitraria  degli uomini" e non esiste un suono che per sua  natura
possa  pi  di  un altro significare una idea; tutti  i  suoni  (le
parole)  possono esprimere con uguale efficacia un'idea. Quando  il
significato  di una parola non  chiaro dovremo allora imputare  la
scarsa  chiarezza  non  alla parola, ma  all'idea  che  essa  vuole
significare. Le idee che pi difficilmente sono esprimibili con  le
parole  sono quelle "molto complesse e costituite da un gran numero
di idee messe insieme": quelle che "non hanno una connessione certa
in  natura",  cio,  che non sono riferibili a  nessun  modello  di
relazione  esistente  in  natura. Inoltre risultano  dubbie  quelle
parole che si riferiscono a modelli non facili da conoscere  e  che
costituiscono  esse  stesse  l'essenza  della  cosa  che   vogliono
significare: ad
     
     p 185 .
     
     esempio  le parole che indicano le sostanze, che, come abbiamo
visto,  ci  sono  ignote,  e  delle  quali  l'unica  cosa  che  noi
conosciamo  il nome che abbiamo loro imposto(33).
     
La conoscenza.
     
Dal  carattere convenzionale del linguaggio Locke, al contrario  di
Hobbes,  non  fa derivare una concezione formale della  conoscenza.
Mentre  per  Hobbes - constatata l'impossibilit  di  stabilire  un
qualsiasi legame tra le parole e gli enti reali, che pure  esistono
-  la conoscenza scientifica nasce e muore all'interno della realt
convenzionale del linguaggio(34), per Locke la scienza deve mirare,
senza  andare  al  di  l  dei limiti dell'intelletto  umano,  alla
conoscenza degli enti reali che esistono al di fuori dell'uomo.
     Le  operazioni  che  l'intelletto  compie  per  giungere  alla
conoscenza  sono,  anche  per  Locke, operazioni  sulle  parole  e,
tramite esse, sulle idee che significano; ma, nella misura  in  cui
permane una connessione tra le idee e le cose,  possibile giungere
alla conoscenza delle cose stesse.
     Prima  di vedere le modalit con cui l'intelletto opera  sulle
idee,    necessario  chiarire quali  idee  possono  costituire  un
veicolo  per la conoscenza delle cose, e in quale modo. Per  Locke,
la  distinzione  che  abbiamo gi visto tra idee  semplici  e  idee
complesse  deve essere ulteriormente specificata, per  cui  dovremo
tener  conto di tre specie di idee. In primo luogo consideriamo  le
idee  semplici che garantiscono sicuramente un accordo con le cose:
"poich lo spirito [...] non pu in nessun modo farsele da s, esse
devono  assolutamente essere il prodotto di cose che operano  sullo
spirito"(35).  In  secondo  luogo  si  pensi  che  tutte  le   idee
complesse,  eccetto quelle delle sostanze, sono un  prodotto  della
nostra  mente  e,  in  quanto  tali, sono  reali;  quindi  la  loro
conoscenza  conoscenza di qualcosa di reale(36). In terzo luogo ci
sono  le  idee complesse che si riferiscono alle sostanze, cio  ad
enti  di cui presupponiamo l'esistenza fuori di noi: in quanto idee
sono  certamente  reali, ma non  detto che  esse  corrispondano  a
quanto  pretendono di significare, perch, come abbiamo  visto,  le
sostanze  sono per noi inconoscibili e quindi queste idee  "possono
non  riuscire, e spesso non riescono, a essere esattamente conformi
alle cose stesse"(37).
     Vediamo  ora  quali  sono le operazioni  che,  per  conoscere,
l'intelletto  compie sulle idee. "Mi sembra" scrive Locke  "che  la
conoscenza   non  sia  nient'altro  se  non  la  percezione   della
connessione  e  dell'accordo o della discordanza e  incompatibilit
tra  nostre  idee  qualsiasi"(38). L'accordo e  la  discordanza  si
misurano  rispetto a quattro criteri: l'identit  o  diversit,  la
relazione,  la  coesistenza o connessione  necessaria,  l'esistenza
reale.
     
     p 186 .
     
     Di  una  idea qualsiasi noi percepiamo immediatamente ci  che
essa , cio l'identit con se stessa, e al tempo stesso che non  
un'altra  idea,  cio la sua differenza. Altrettanto immediatamente
noi  possiamo  percepire un accordo o disaccordo relativo  fra  due
nostre  idee  qualsiasi,  cio la loro relazione.  Possiamo  quindi
percepire  se  due  o pi idee possono coesistere o  non-coesistere
nello  stesso soggetto, cio se sono possibili due predicati  dello
stesso  soggetto:  ad esempio, l'oro  duttile  e  pesante.  Infine
dobbiamo  vedere se una idea qualsiasi  accordabile con  una  cosa
che esiste realmente ed effettivamente(39).
     A  questo  punto Locke pone un altro problema: se   fuori  di
dubbio che la conoscenza  conoscenza della verit(40), non si  pu
con  altrettanta  certezza affermare che ogni tipo  di  verit  sia
rilevante rispetto alla conoscenza.
     Una  proposizione  che  esprime  esattamente  l'accordo  o  il
disaccordo  delle  parole  e  delle idee  che  esse  significano  
certamente vera(41), ma il grado di conoscenza che da essa deriva 
diverso a seconda della relazione che esiste tra le parole, le idee
e le cose.
     Come   abbiamo   visto  pi  volte,  le  idee   sono   "segni"
(significano)  delle  cose  e le parole sono  "segni"  delle  idee,
quindi,  rispetto alle cose le parole sono "segni di  segni".  Ora,
ogni  proposizione  unisce o separa dei  segni  ed    vera  quando
all'unione o alla separazione dei segni corrisponde l'unione  o  la
separazione  di ci che essi significano. Quando la proposizione  
una  operazione sul primo tipo di segni, le idee, si ha quella  che
Locke  chiama verit mentale; quando, invece, l'operazione  avviene
sulle parole si ha una verit delle parole (verbale). Esiste, per,
rispetto  alle  cose, anche una verit reale.  Locke  chiarisce  in
questi  termini la distinzione tra verit verbale e  verit  reale:
"La  verit  soltanto verbale quando i termini sono uniti  secondo
l'accordo  o  il  disaccordo delle idee in luogo delle  quali  essi
stanno,  senza  considerare  se le nostre  idee  abbiano  realmente
un'esistenza in natura o siano in grado di averla. Ma questi  segni
contengono una verit reale, quando sono uniti nel modo in  cui  le
nostre  idee concordano, e quando le nostre idee sono tali che  noi
sappiamo che esse sono capaci di avere un'esistenza in natura"(42).
     Se  le  idee  sono  considerate solo come entit  mentali,  la
verit  soggettiva e "irrilevante"(43) rispetto alla conoscenza.
     Locke si rende conto che quest'ultimo  un punto cruciale  per
qualsiasi  teoria  della  conoscenza,  perch,  sebbene   le   idee
complesse prodotte dal nostro intelletto - come, ad esempio, quelle
matematiche  - forniscano una conoscenza vera e reale,  esiste  una
differenza  sostanziale  tra ci che  un nostro  prodotto  -  come
appunto la matematica - e ci che autonomamente esiste fuori di noi
e produce in noi, attraverso le sensazioni, le idee semplici.
     Inoltre  l'affermazione che ad ogni idea semplice  corrisponde
una cosa reale che l'ha prodotta
     
     p 187 .
     
     non   sufficiente a garantire il permanere dell'esistenza  di
quella  cosa oltre il momento della sensazione in cui essa  produce
l'idea nella mente(44).
     Quindi  anche  Locke  deve ammettere che la  certezza  tra  la
corrispondenza tra una idea semplice e l'esistenza di una  cosa  si
ha  solo  nel momento in cui la cosa agisce: "perci  la recezione
effettiva  di  idee  che vengono dall'esterno,  quella  che  ci  d
notizia  dell'esistenza di altre cose, e che ci  fa  conoscere  che
esiste  in  quel momento fuori di noi qualcosa che causa quell'idea
in  noi"(45). Questa  la conoscenza sensitiva. Un'altra situazione
di  certezza, che Locke chiama conoscenza intuitiva, si ha rispetto
alla percezione della nostra esistenza(46).
     Il fatto che - venuta meno la sensazione o recezione effettiva
-  possa venire meno anche la cosa che ha prodotto l'idea ci toglie
la  certezza della connessione tra le nostre idee e le cose, ma ci
non   pu   impedirci  di  considerare  verosimile   il   permanere
dell'esistenza  di  quelle cose: nel momento in  cui  un  uomo  che
cammina  davanti  a  me  ha  voltato l'angolo  della  strada  ed  
scomparso  dalla  mia  vista, non ho  pi  la  certezza  della  sua
esistenza, ma  molto probabile che egli continui ad esistere  e  a
camminare lungo la via(47).
     Un  altro procedimento, oltre la conoscenza intuitiva e quella
sensitiva,  che  ci  consente  di  raggiungere  la  certezza    la
dimostrazione,  cio la concatenazione di una serie  di  conoscenze
intuitive(48).   Locke  usa  questo  procedimento  per   dimostrare
l'esistenza   di  Dio.  Si  tratta  di  una  rielaborazione   della
tradizionale  prova causale: nulla proviene da nulla,  quindi  deve
esserci una causa prima, eterna e necessariamente pensante(49).
     
La ragione.
     
"La  ragione,  sebbene penetri nelle profondit del  mare  e  della
terra, e levi i nostri pensieri all'altezza

p 188 .

delle stelle, ci conduca nel vasto spazio e nelle grandi estensioni
di questa possente costruzione, tuttavia si arresta molto prima dei
confini dell'estensione reale perfino dell'essere corporeo"(50).
     Locke  coglie,  con  queste parole, la  grande  contraddizione
della  ragione  umana:  una  facolt che  ci  conduce  negli  spazi
infiniti  dell'universo e del Tutto e, al tempo  stesso,  incontra,
per   la  sua  stessa  natura,  limiti  insormontabili  nella   sua
aspirazione  alla  conoscenza.  La  facolt  di  pensare,  cio  di
produrre  idee, appare illimitata: la filosofia, con i suoi  grandi
sistemi metafisici, ha pensato e "rappresentato" l'Essere nella sua
totalit  ed eternit, ha pensato anche l'"impensabile", il  nulla.
Non esiste cosa, appunto nemmeno il nulla, che non sia pensabile  e
non  sia stata pensata. Ma, d'altro canto, molte delle cose pensate
forse  non esistono. Questa potenza assoluta della ragione  produce
una   cancellazione  di  tutte  le  differenze,  in  qualche   modo
appiattisce  tutta  la ricchezza, la variet,  la  diversit  degli
enti,  nell'unit  indifferenziata dell'Essere come  pensiero.  Due
idee  qualsiasi, in quanto oggetti del pensiero, sono perfettamente
identiche tra loro, come un calice e un fiasco sono l'unica  realt
del  vetro.  Relativamente ai propri prodotti, le idee, la  ragione
non  ha  limiti  e  quindi   possibile una  scienza  universale  e
illimitata  delle  idee.  Su  questa  posizione  convergono   anche
concezioni  radicalmente  diverse tra loro,  come  l'idealismo,  il
razionalismo e l'empirismo: divise sulla definizione di cosa  siano
le  idee (un ente reale, una rappresentazione di un ente reale,  un
"segno" convenzionale), concordano sulla loro conoscibilit.
     Locke  apre  un  discorso critico sulla ragione  e  sulle  sue
certezze  destinato  a  produrre un importante  rinnovamento  della
filosofia occidentale(51).
     Abbiamo visto che tutta la filosofia medievale e anche  grandi
esponenti  del pensiero moderno, come Galileo, hanno assegnato  dei
limiti  alla  ragione,  precludendole  tutto  il  territorio  delle
questioni  de  Fide.  Questa  limitazione,  anche  quando  tende  a
rivendicare una autonomia della ragione dalla fede, non tiene conto
del  fatto  che la ragione, per la sua stessa natura,   portata  a
invadere qualsiasi tipo di territorio: non c' niente, come abbiamo
detto,  che non possa essere pensato e quindi possa essere precluso
alla  sua azione. Solo una riflessione critica della ragione su  se
stessa  pu  consentire  la costruzione di  una  sorta  di  "mappa"
dell'Essere, sulla quale, per, non saranno indicate zone  vietate,
ma, zona per zona, le diverse modalit di azione della ragione e la
loro  diversa  efficacia  nel soddisfare la  sua  aspirazione  alla
conoscenza.  In altre parole, non si pu impedire alla  ragione  di
pensare Dio, l'eternit, l'immortalit dell'anima, il Sommo Bene, i
postulati  di Euclide, gli oggetti materiali di uso quotidiano,  ma
si  pu  stabilire il grado e il tipo di conoscenza che, attraverso
l'uso  della  ragione,  si ha di ciascuno  di  quegli  oggetti  del
pensiero.
     Una cosa  la conoscenza degli enti che esistono autonomamente
al  di fuori di noi, altra cosa  conoscere le nostre proprie idee,
altra  ancora  conoscere i segni del linguaggio. Anche  per  Locke,
quindi,  niente    sottratto o sottraibile alla ragione:  tutto  
"razionale".  Ma il compito principale della ragione, per  trattare
"razionalmente" tutti gli oggetti,  riconoscere i propri limiti  e
individuare ci di
     
     p 189 .
     
     cui  possiamo avere conoscenza certa, ci di cui la conoscenza
  solo  probabile  e, infine, ci che  inconoscibile.  Solo  cos
anche l'inconoscibile, ad esempio la sostanza, potr essere pensato
senza creare confusione nella nostra conoscenza della verit reale.
